Una buona notizia si legge su “La Repubblica delle Donne” del 20 giugno 2009: Cristiana Ceci ci descrive come un progetto dell’ONU (esattamente di una Agenzia ONU per i rifugiati, con sede in Olanda, la Netherlands Refugee Foundation ) ha fornito 2.500 “cucine solari paraboliche” – prodotte dalla Solar Cooker International , un’organizzazione no-profit statunitense – nella località di Beldanji in Nepal sud-orientale (regione del Jhapa) ai rifugiati del Bhutan (il confine è a pochi chilometri) che sono circa 100mila.
Niente legna consumata (quindi riduzione della deforestazione), niente fatica per reperirla, niente anidride carbonica in atmosfera e cibi cotti in modo più salutare: certo è una “goccia nel mare” ma possiamo immaginare una diffusione capillare in Africa e in Asia di tale metodo di cottura e pensare a quali benefici può portare in primis alle popolazioni (che hanno imparato anche a far bollire l’acqua prima di berla!) e in secondo luogo all’ambiente. Questa dovrebbe essere una delle iniziative che i Governi (in particolare occidentali) potrebbero seguire per aiutare concretamente al “Terzo Mondo”.
Cito inoltre un interessante blog, “Eco Alfabeta”, che affronta l’argomento e riporta a sua volta vari link a produttori di cucine solari.

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